Si è conclusa da pochi giorni Bugie, prima personale veneziana di Valentina Cameranesi Sgroi. La mostra si è svolta negli spazi indipendenti di Satine, realtà attiva nel sestiere di San Marco dal 2025 e impegnata in una programmazione focalizzata su progetti espositivi a scala contenuta e fortemente contestualizzati. Il progetto è accompagnato da un testo critico di Anna Franceschini, artista e scrittrice, che introduce e orienta la lettura del lavoro, definendone il registro narrativo e simbolico. L’esposizione era visitabile su appuntamento.
Cameranesi Sgroi, nata a Roma e residente a Milano, ha attraversato l’editoria, il product design e la direzione artistica di cataloghi e shooting. In parallelo conduce una ricerca autonoma che incrocia fotografia, video e ceramica, concentrandosi sulla persistenza degli oggetti nella memoria collettiva e sul confine tra forma artificiale e forma naturale. Lavora in particolare sullo slittamento tra funzione e immagine, trattando l’oggetto come un dispositivo narrativo. La sua pratica attraversa linguaggi diversi ma mantiene costante un’attenzione per ciò che resta degli oggetti quando la loro funzione si attenua. Ne emerge una ricerca centrata sul confine instabile tra artificio e natura, tra costruzione e imitazione.
Il punto di partenza del progetto è un equivoco. All’artista viene commissionato un paravento, e lei realizza un cancello. La differenza tra i due è proprio concettuale: il cancello divide mostrando, separa senza occultare. Il risultato è una struttura in rame lavorato in cui il metallo imita il comportamento del cartoncino. Il cortocircuito tra prototipo e oggetto finito diventa il meccanismo centrale dell’intero percorso espositivo.
Lo stesso principio riemerge negli altri lavori. I tavolini in rame presentano piani smaltati in cui la glassa, durante la cottura, ha fissato l’impronta sbiadita di un tessuto in seta. La traccia impressa non coincide con il motivo originale ma ne conserva il residuo. Una composizione di nastri in viscosa su ganci in ottone costruisce trame dense e irregolari che richiamano la tessitura ma restano sospese tra struttura e ornamento. Completano l’insieme piccoli oggetti in rame forato da cui pendono nastrini come forme ibride tra il modello architettonico e la miniatura decorativa.


Funambuli, 2026 187 x 85 x 26 cm foto di Filippo Rossi

Calla, 2026. foto di Ambra Crociani
Il riferimento esplicito è l’estetica domestica americana degli anni Ottanta. Gli stencil di Laura Ashley, il chintz di Mario Buatta, l’universo casalingo di Martha Stewart vengono citati con l’intento di rovesciarne la retorica decorativa. L’artista li utilizza come sistema di segni riconoscibili per costruire oggetti che ne condividono la forma, decorativi in apparenza, perturbanti nella sostanza.
La mostra aveva come epigrafe una frase di Fleur Jaeggy da I beati anni del castigo: «Il futuro erano i cancelli che si aprivano e i muri che diventavano tappeti». Franceschini, nel suo testo, registra subito come la citazione sia stata suggerita dall’artista. Si individua già in questo una bugia, la prima di una serie, in cui ogni materiale finge di essere un altro, ogni superficie trattiene un’assenza, ogni oggetto sembra meno di quello che è.
Nel lavoro di Cameranesi Sgroi il design non coincide con la funzione ma con la possibilità di produrre ambiguità: oggetti che sembrano familiari ma che, una volta osservati da vicino, mostrano una leggera incrinatura tra ciò che promettono e ciò che realmente sono. È in questa tensione che si definisce il nucleo critico della mostra Bugie.
Valentina Cameranesi Sgroi
Bugie
Satine, Venezia
a cura di Anna Franceschini
dal 7 marzo all’11 aprile 2026
