La Chiesa di San Lorenzo a Venezia, oggi sede di Ocean Space e della TBA21–Academy, accoglie Tide of Returns [Onde di ritorni]. La mostra che nasce da un lungo percorso di ricerca collettiva e affronta un tema centrale nel dibattito culturale contemporaneo: il ritorno dei beni culturali alle comunità da cui provengono. L’esposizione è curata da Khadija von Zinnenburg Carroll e si sviluppa a partire dall’esperienza del Repatriates Collective. Il collettivo internazionale di artiste e artisti ha, negli ultimi anni, osservato e accompagnato diversi processi di restituzione in contesti geografici e politici differenti, dall’Africa all’Australia, dall’Europa all’America Latina.
Il progetto prende forma come risultato di un lavoro di ascolto e documentazione sul campo. Le persone coinvolte nel gruppo hanno seguito da vicino le trasformazioni che avvengono quando un oggetto conservato per decenni in un museo europeo torna a essere parte della vita quotidiana di una comunità. In questi passaggi emergono questioni che riguardano la memoria, l’identità, la trasmissione del sapere e il rapporto con il territorio. La mostra, prodotta dalla fondazione internazionale TBA21 Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, si inserisce quindi in una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni culturali e sulle responsabilità storiche legate alla circolazione globale delle opere.
Parallelamente alla mostra, Ocean Space sviluppa un articolato programma pubblico che comprende attività educative, incontri con studiosi e laboratori partecipativi. Queste iniziative coinvolgono scuole, università e cittadini, favorendo la costruzione di spazi di dialogo tra discipline diverse. La Research Room ospita inoltre il policy lab Nature Speaks. Ascoltare i Diritti della Natura a Venezia e in Europa, realizzato in collaborazione con il NICHE Centre for Environmental Humanities dell’Università Ca’ Foscari. Il laboratorio esplora la possibilità di riconoscere la Laguna di Venezia come soggetto giuridico, aprendo una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente.
In una città come Venezia, costruita sull’acqua e storicamente attraversata da scambi commerciali e culturali, questa riflessione assume una particolare rilevanza. La mostra invita a considerare la città non soltanto come luogo di conservazione del patrimonio, ma come spazio in cui sperimentare forme diverse di relazione tra memoria, responsabilità e immaginazione collettiva. La scelta della Chiesa di San Lorenzo come luogo espositivo contribuisce in modo significativo al senso del progetto. L’edificio, situato nel sestiere di Castello, è stato per secoli un punto di riferimento per i traffici marittimi e per le relazioni commerciali tra Venezia e altre regioni del mondo. Le sue mura conservano tracce di una storia segnata da scambi, migrazioni e appropriazioni culturali. In questo contesto, lo spazio architettonico non funziona soltanto come contenitore, ma diventa un elemento attivo della narrazione, capace di evocare la complessità delle rotte attraverso cui oggetti e persone si sono mossi nel tempo.


All’interno della chiesa, il percorso espositivo si articola attraverso due grandi installazioni realizzate appositamente per questo luogo. Le opere mettono in relazione la vita domestica e i rituali collettivi, la cura dell’ambiente e la conservazione della memoria, l’esperienza individuale e la responsabilità condivisa. Il pubblico è invitato a muoversi nello spazio con lentezza, attraversando ambienti che richiedono attenzione e disponibilità all’ascolto.
Nella navata occidentale, l’installazione From My Mother’s Country costruisce un paesaggio composto da dune di sabbia che modificano radicalmente la percezione dell’interno della chiesa. Il pavimento diventa un territorio instabile, che richiama le zone costiere soggette a cambiamenti continui. Parte della sabbia utilizzata proviene dal Golfo di Carpentaria, nel nord dell’Australia, area in cui l’artista anindilyakwa Noeleen Lalara vive e lavora. Questo materiale non è stato scelto per il suo valore estetico, ma per il legame diretto con una geografia specifica e con le storie che essa custodisce.
Su questo paesaggio si dispongono migliaia di bambole chiamate Dadikwakwa-kwa, figure realizzate con conchiglie, tessuti e frammenti raccolti lungo le coste. Ogni bambola è prodotta da una persona diversa e porta con sé un’identità precisa, riflettendo l’esperienza di chi l’ha creata. Queste figure svolgono una funzione educativa e relazionale, accompagnando i bambini nella comprensione del mondo e nel riconoscimento del proprio posto all’interno della comunità.
Accanto a queste si trovano le Ounona, bambole provenienti dalla Namibia che, nella lingua oshiwambo, indicano contemporaneamente il gioco e l’apprendimento. Tradizionalmente, quando una bambina riceve una di queste bambole, le assegna un nome che verrà poi utilizzato per il suo primo figlio o la sua prima figlia. Questo gesto mette in evidenza il ruolo degli oggetti nella costruzione dei legami familiari e nella trasmissione delle conoscenze tra generazioni. La presenza simultanea di bambole provenienti da contesti culturali differenti crea un dialogo tra esperienze lontane, mostrando come pratiche simili possano emergere in territori diversi. Un elemento video completa l’installazione, documentando le fasi di preparazione delle bambole prima del loro viaggio verso Venezia. Le immagini mostrano le donne che le vestono con tessuti tradizionali e le anziane che pronunciano parole di benedizione.



Nella navata orientale, l’installazione Weaving Connections propone un ambiente visivo e sonoro caratterizzato da una forte componente tessile. Lunghi pannelli di stoffa intrecciata attraversano lo spazio, creando una sequenza di superfici morbide che filtrano la luce e modificano l’acustica della chiesa. Le tonalità predominanti appartengono alla gamma dei blu, evocando il movimento dell’acqua. Sul pavimento si sviluppa una lunga treccia scura che accompagna il percorso dei visitatori e li guida verso il centro dell’installazione.
L’artista Verena Melgarejo Weinandt utilizza la treccia come immagine di continuità e relazione. I capelli, intrecciati e raccolti, diventano una metafora della connessione tra individui e comunità, mentre il gesto dell’intrecciare richiama pratiche quotidiane che si ripetono nel tempo. Il materiale scelto per realizzare la treccia è l’Alcantara, una fibra sintetica che permette di combinare resistenza e morbidezza e che, allo stesso tempo, consente di riflettere sulle possibilità offerte da tecnologie contemporanee orientate alla sostenibilità.
All’interno di questo ambiente tessile è inserito un video a tre canali che documenta una performance collettiva. Le immagini mostrano un gruppo di persone impegnate nel lavaggio dei tessuti lungo le rive di un fiume. Il gesto viene ripetuto con lentezza, trasformandosi in una pratica condivisa che coinvolge il corpo e il paesaggio. L’acqua, in questo contesto, assume un valore simbolico legato alla purificazione, al passaggio e alla rigenerazione.



Tide of Returns non offre risposte definitive né propone soluzioni immediate alle questioni legate alla restituzione del patrimonio. Piuttosto, suggerisce di osservare questi processi come fenomeni in continua evoluzione, simili al movimento delle maree che danno il titolo alla mostra. Ogni ritorno porta con sé nuove possibilità di incontro e di trasformazione, ma anche nuove domande sul futuro delle istituzioni culturali e sul ruolo che esse possono svolgere in una società sempre più interconnessa.
Nel complesso, Tide of Returns affronta il tema della restituzione dei beni culturali proponendo una prospettiva che supera la dimensione strettamente legale o amministrativa. Il ritorno di un oggetto non coincide semplicemente con un cambiamento di proprietà, ma implica una trasformazione nelle relazioni tra comunità e territori. Gli oggetti restituiti riacquistano una funzione sociale e simbolica, tornando a essere parte di pratiche quotidiane, cerimonie e racconti condivisi. Il progetto suggerisce quindi di considerare il rimpatrio come un processo dinamico, fatto di incontri e adattamenti. Le comunità coinvolte reinterpretano gli oggetti, attribuendo loro nuovi significati e integrandoli in contesti contemporanei. La restituzione diventa un’occasione per ripensare le modalità con cui il patrimonio culturale viene custodito, esposto e trasmesso.
Tide of Returns [Onde di ritorni]
Ocean Space, Chiesa di San Lorenzo, Venezia
A cura di Khadija von Zinnenburg Carroll
dal 28 marzo all’11 ottobre 2026
