Castelbasso - Progetto Genesi
Luogo
Palazzo Bentivoglio - Bologna
via del Borgo di San Pietro 1, Bologna

Categorie

Data
Giu 10 - 27 2026
Evento passato
Ora
Performance di inaugurazione mercoledì 10 giugno alle 21.30
20:00 - 23:00
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Mostra

Mario García Torres | I Have Imagined Things Only True Believers Can See

Nel giardino di Palazzo Bentivoglio, il nuovo lavoro di Mario García Torres si manifesta come una presenza insieme concreta ed evanescente: una fontana che trasforma acqua in vapore. Già il titolo, I Have Imagined Things Only True Believers Can See (2026), evoca una dimensione sospesa tra materia e immaginazione, tra ciò che appare e ciò che invece resta nascosto, da cercare sottotraccia. È proprio in questa soglia, tra visibile e invisibile, tra realtà e narrazione, che si colloca l’intera pratica dell’artista.

Fin dai primi anni duemila, García Torres costruisce le proprie opere a partire da frammenti del passato, episodi più o meno marginali, tracce quasi dimenticate della storia dell’arte e della cultura, che utilizza per interrogare il modo in cui la storia viene costruita, trasmessa, e continuamente riscritta. Attraverso strategie di appropriazione, reenactment e riscrittura – spesso applicate a opere o interventi di artisti di generazioni precedenti, da figure come Robert Barry (1936-2024), a Mario Merz (1925-2003), fino a Martin Kippenberger (1953-1997), ma anche a riferimenti cinematografici, musicali e popolari, da Jean-Luc Godard (1930-2022) al cantante messicano Rigo Tovar (1946-2005), tra i primi a eseguire la “moonwalk” poi universalmente associata a Michael Jackson – l’artista mette in discussione l’idea di originalità e suggerisce come ogni gesto sia sempre inscritto in una rete più ampia di relazioni e rimandi. In questo processo, le citazioni di García Torres non sono mai una semplice replica, ma diventano uno strumento critico capace di produrre nuove letture e aprire varchi in narrazioni consolidate. Allo stesso tempo, emerge una riflessione sulla dimensione immateriale dell’opera e sulla fragilità o i limiti della memoria, aspetti presenti fin dai primi lavori. Già in A Never-to-Be-Seen-by-the-Patron Artwork (2004), concepita per restare invisibile al proprio committente, o in What Happens in Halifax Stays in Halifax (In 36 Slides) (2004–2006), che ricostruisce attraverso testimonianze e diapositive un’opera segreta dell’artista Robert Barry, García Torres indaga la relazione tra assenza, racconto e documentazione. Lo stesso accade in Museo de Arte Sacramento (2004-in corso), un museo a tutti gli effetti fondato nel deserto messicano, con tanto di team ma privo di alcuna sede fisica, dove gli artisti sono invitati a presentare opere sotto forma di istruzioni, successivamente realizzate localmente dallo staff, da artigiani, da altri artisti o dai visitatori stessi.

Un nucleo fondamentale della ricerca di García Torres è il lungo confronto con Alighiero Boetti (1940-1994), figura centrale dell’Arte Povera italiana, il cui lavoro ha profondamente messo in discussione l’idea di autorialità attraverso pratiche collaborative, sistemi di delega e costruzione di identità multiple. Un dialogo che torna come riferimento nell’opera per Palazzo Bentivoglio. La ricerca attorno a Boetti risale ai primi anni duemila, quando García Torres studiava arte al CalArts in California, in un contesto segnato dall’invasione statunitense dell’Afghanistan successiva agli attentati dell’11 settembre 2001. In quel momento, l’artista sceglie di affrontare indirettamente l’attualità geopolitica attraverso la figura di un altro artista, Boetti appunto, e il suo rapporto con l’Afghanistan, aprendo uno spazio di riflessione stratificato sul presente. Uno tra i primi lavori dedicati a questa ricerca è Share-e Naw Wanderings (A Film Treatment) (2006), opera composta da diciannove pagine di fax inviate da García Torres a Boetti che riportano una conversazione immaginaria, ma plausibile. Attraverso lo scambio, l’artista racconta il suo viaggio fittizio, ambientato nel 2001, alla ricerca del fantomatico One Hotel aperto da Boetti a Kabul nei primi anni settanta e chiuso alla fine del decennio prima dell’invasione sovietica. Il lavoro assume contemporaneamente la forma di un racconto personale di viaggio e quella di un resoconto sulclima politico della città con la presenza delle truppe americane impegnate nella ricerca di Osama bin Laden. Successivamente García Torres si è realmente recato a Kabul, ritrovando l’edificio del One Hotel e prendendosene effettivamente cura: il viaggio immaginario si è trasformato così in un’esperienza concreta, documentata nell’opera Have You Ever Seen the Snow? (2010), uno slideshow presentato nel 2012 nella mostra Documenta 13 a Kassel. In questi lavori, il confronto con l’esperienza di Boetti – sia reale, parziale o ipotetico – diventa uno strumento per riflettere su geografia, migrazione e costruzione del racconto storico, per riattivare storie latenti e rimetterle in circolo nel presente.

Anche I Have Imagined Things Only True Believers Can See (2026) si inserisce in questa traiettoria di rimandi e trasformazioni. L’opera evoca esplicitamente l’Autoritratto (Mi fuma il cervello) (1993) di Boetti, una scultura in bronzo in cui l’artista, raffigurato in piedi, dirige un getto
d’acqua verso la propria testa trasformandolo in vapore. Nel lavoro di García Torres, tuttavia, questa immagine viene radicalmente modificata: ogni riferimento figurativo scompare, non vi è più alcun corpo, ma solo il getto d’acqua, il vapore e una lunga canna che si snoda nel giardino mimetizzandosi nello spazio circostante. La canna, realizzata in rame, si sviluppa secondo un andamento sinuoso e tortuoso, potenzialmente infinito, tracciando il percorso dell’acqua che, entrando in contatto con una superficie a terra riscaldata, si dissolve in vapore. Ciò che resta visibile è soltanto una traccia, tutt’al più un processo di trasformazione.

L’acqua costituisce del resto un altro elemento centrale nella pratica di García Torres, che negli anni ha sviluppato una riflessione articolata sul rapporto tra fluidità, memoria e narrazione. Già in opere iniziali come 11 Minutes Later (2006), un film sulle cascate, il movimento incessante dell’acqua introduce una temporalità sospesa, fatta di ripetizione e variazione. Questa riflessione emerge in modo ancora più esplicito in progetti come Five Feet High and Rising (2017), presentato alla Sharjah Biennale 13 come installazione e lecture performativa. Attraverso una combinazione di immagini dipinte, suoni e testi, l’opera costruisce una narrazione culturale in cui i fiumi diventano luoghi di connessione e incontro tra geografie e comunità differenti, spazi di attraversamento, migrazione e trasformazione. Dalle cascate ai fiumi, fino al vapore, l’acqua si configura così come un elemento passaggio, capace di collegare tempi e luoghi diversi. In questo senso, in I Have Imagined Things Only True Believers Can See, l’acqua che cade sulla superficie riscaldata e si dissolve in vapore rende visibile un processo di trasformazione che è insieme fisico e mentale. Anche qui il riferimento a Boetti – particolarmente riconoscibile per il pubblico italiano – si apre a una rete più ampia di connessioni, mentre il continuo passaggio tra acqua e vapore restituisce un’immagine di temporalità instabile, fatta di trasformazioni, ritorni e dispersioni. Il lavoro assume una dimensione tanto poetica quanto politica. Poetica, perché invita a un’esperienza sensibile e immaginativa, in cui lo spettatore è chiamato a seguire il movimento dell’acqua e a sostare nella sua trasformazione. Politica, perché mette in discussione le modalità attraverso cui guardiamo, ricordiamo e costruiamo il mondo, suggerendo come ogni narrazione sia
inevitabilmente situata, parziale, eppur aperta a nuove possibilità.

Nel giardino di Palazzo Bentivoglio, la fontana si offre così come un punto di convergenza tra storie diverse, senza mai coincidere pienamente con nessuna di esse. In questa tensione tra ciò che appare e ciò che sfugge, il lavoro di García Torres sembra ricordarci che “guardare, anche nel luogo o nel momento sbagliato, può condurre a scoperte inattese”.

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