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Erica Mahinay in Rhythms alla T293: tra ritmo e residuo

T293 presenta Rhythms, nuova mostra di Erica Mahinay nei nuovi spazi romani, incentrata su superfici pittoriche stratificate che registrano il tempo del processo attraverso tracce, cancellazioni e variazioni.

T293 presenta Rhythms, quarta mostra personale di Erica Mahinay con la galleria e primo progetto espositivo nei nuovi spazi di Piazza del Catalone 8, a Roma. L’esposizione segna un doppio passaggio inaugurale: da un lato il debutto dell’artista nella sede rinnovata, dall’altro l’avvio di una nuova fase per la galleria. Il progetto riunisce ventiquattro opere di piccolo formato, concepite per un’osservazione ravvicinata e per instaurare una relazione diretta con lo sguardo.

Nata a Santa Fe, New Mexico, nel 1986, Mahinay vive e lavora a Los Angeles. Dopo la formazione al Kansas City Art Institute, prosegue gli studi alla Cranbrook Academy of Art, Michigan, istituzione centrale nel panorama americano per un approccio interdisciplinare fondato sul processo e sulla sperimentazione materica. È in questo contesto che l’artista consolida una pratica incentrata sul corpo, sul gesto e sulla superficie intesa come campo di registrazione dell’esperienza, dove la pittura assume la funzione di dispositivo percettivo e non di semplice rappresentazione.

Le ventiquattro opere in mostra si presentano come superfici pittoriche di piccolo formato costruite attraverso stratificazioni di pigmenti naturali, ottenute mediante pressioni, stesure e cancellazioni successive. Il risultato è una tessitura porosa e attraversata da trasparenze, in cui le fasi precedenti del processo non vengono occultate ma restano parzialmente esposte, come sedimentazioni visibili del tempo operativo. Il gesto pittorico sopravvive in forma di traccia residuale, mentre le composizioni si articolano secondo linee irregolari e variazioni cromatiche non stabilizzate, senza approdare a una configurazione definitiva. Ogni opera si definisce così come un campo aperto, una superficie in stato di continua negoziazione percettiva.

Il titolo Rhythms introduce una chiave di lettura che attraversa l’intero progetto espositivo, strutturato secondo una logica sequenziale di ritorni, scarti e modulazioni. Il riferimento evoca, tra le possibili ascendenze, il lavoro del compositore francese Olivier Messiaen (1908–1992), organista della Sainte-Trinité di Parigi per oltre sessant’anni, la cui ricerca si fonda su articolazioni ritmiche non lineari e su una raffinata attenzione alla dimensione timbrica del suono. In Mahinay si riconosce una simile grammatica operativa, costruita su variazioni minime e ricorrenze differenziali che generano un sistema in cui gli elementi si ripresentano mai identici a sé stessi.

Un ulteriore asse teorico può essere rintracciato nel lavoro dell’antropologa americana Kathleen Stewart e nel concetto di “sintonizzazione atmosferica”, elaborato nell’ambito degli studi sulle intensità ordinarie dell’esperienza quotidiana. In dialogo con tale prospettiva, la pittura di Mahinay non assume la funzione di rappresentare stati emotivi, ma di predisporre condizioni percettive, attivando un campo di oscillazioni tra opera e osservatore. Le variazioni di trasparenza e luminosità agiscono come dispositivi di soglia, producendo una percezione instabile, mai completamente fissabile.

Il processo pittorico può essere letto come una forma di registrazione corporea, in cui ogni intervento si innesta sul precedente e ogni cancellazione lascia una traccia persistente. Il tempo, in questo senso, non è esterno all’opera ma viene incorporato nella sua stessa superficie attraverso un processo di stratificazione progressiva. Tale modalità rimanda, in parte, ad alcune esperienze della pittura gestuale americana, in particolare allo staining di Helen Frankenthaler, fondato sull’assorbimento del pigmento nel supporto. Tuttavia, in Mahinay l’attenzione si sposta dal gesto originario al suo residuo, alla sua eco materiale, fino a configurare superfici in cui diverse temporalità coesistono senza sintesi conclusiva.

Rhythms è una mostra che richiede una durata dello sguardo e una disponibilità percettiva non immediata. Il progetto si sviluppa infatti secondo una temporalità rallentata, che privilegia l’esperienza della visione rispetto a una lettura analitica o conclusiva. In un contesto dominato dalla circolazione accelerata delle immagini, il lavoro di Mahinay propone un diverso regime di attenzione, fondato sulla permanenza e sull’assestamento dello sguardo. I nuovi spazi di T293 contribuiscono a rafforzare questa impostazione, offrendo un ambiente ancora in via di definizione, in dialogo con la natura aperta e processuale delle opere esposte.

Rhythms
Erica Mahinay
T293, Piazza del Catalone 8, Roma
dal 28 aprile al 2 giugno 2026

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