Emily Jacir, Not So Long As the Night, 2021, particolare della mostra, © ph Beppe Giardino, courtesy dell'artista e della Galleria Peola Simondi

Not So Long As The Night

A distanza di poco tempo dagli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto la Palestina, trova una nuova attualità l’opera di Emily Jacir, che utilizza il proprio vissuto per raccontare la storia di un paese e delle difficoltà che nel corso degli anni ha incontrato.

Scrivere una lettera a qualcuno è forse il mezzo di comunicazione più antico e iconico che conosciamo, a cui siamo affezionati nonostante sia ormai cosa rara. È per questo, credo, che dare un titolo del genere ad una cosa con fine pubblico, appare da lato inconsueto, ma dall’altro è in grado di avvicinare emotivamente lo spettatore. 

“Letter to a friend” potrebbe suonare piuttosto come il titolo di un libro, di una poesia, oppure risultare come un cimelio personale e privato riesumato. In questa sede, esso è invece il nome del film di Emily Jacir, girato nel 2019 e presentato presso la galleria Peola Simondi

La pellicola racconta, attraverso la voce narrante dell’artista e immagini che scorrono, la storia di un paese come la Palestina tramite l’esperienza in prima persona della famiglia di Emily Jacir. La trama si dispiega quindi nel corso degli anni, con l’aiuto di file d’archivio e fotografie d’epoca, per affrontare i cambiamenti che la casa di famiglia ha subìto, partendo dall’essere un palazzo a sede dell’esercito israeliano. Tale percorso storico è parallelamente accompagnato dai mutamenti della strada che, a pochi metri dalla residenza della famiglia Jacir, collegava Gerusalemme a Hebron.

“Letter to a friend”, per quanto sembri indicare un discorso emotivamente intimo, è in realtà un ragionamento storico-politico che, con il filtro dell’arte, viene presentato con delle note anche poetiche, volte a sottolineare come ciò che succede nel mondo ha delle conseguenze su affetti e sulle persone. È un aspetto che viene spesso trascurato, oppure non ritenuto rilevante, ma non significa che un peso non ce l’abbia. In quanto tale, il trascorso di Emily Jacir potrebbe benissimo appartenere ad ognuno di noi, ed è per questo che l’“amico” – per quanto reale ed esistente nella figura di Eyal Weizman, fondatore del gruppo Forensic Architecture con lo scopo di rendere visibile l’ingiustizia, agire dove sono stati commessi abusi e violazioni dei diritti umani – è lasciato senza un nome e un cognome.

Oltre alle parole della voce fuori campo e le immagini che scorrono, la mostra espone anche alcuni frame still tratti dal film e fotografie della stessa artista (sempre riguardanti il focus principale). 
Tali supporti suggeriscono un mezzo di comunicazione più attuale, che utilizza la tecnologia invece che carta e penna: allo stesso tempo distanti, ma che continuano a guardarsi vicendevolmente. Questo sguardo, però, fa spesso scivolare l’uno nell’altro, perché nell’èra dell’Internet risulta ormai difficile per tutti scindere il privato dal pubblico: è per questo motivo che, se l’opera di Emily Jacir sembra essere consapevole di essere in bilico tra le due sfere, è difficile per chi guarda capire dove posizionarsi, in bilico tra l’arte – ovvero il medium attraverso il quale ognuno di noi è libero di esprimersi e di aprirsi al mondo – e il documentario – ovvero il medium attraverso il quale si dà al mondo un’interpretazione oggettiva e distaccata. 
Una riflessione che non si può concludere in una notte, che può durare a tempo indeterminato, proprio come quella che espone Emily Jacir nella propria opera.

Emily Jacir,  Not So Long As the Night, 2021, particolare della mostra
© ph Beppe Giardino, courtesy dell’artista e della Galleria Peola Simondi

Galleria Peola Simondi
Via della Rocca, 29 – 10123 Torino
Not So Long As The Night
fino al 14 ottobre 2021
info: Lunedì – Venerdì (15:00 – 19:00); mattino su appuntamento