Le gatte della Zombie, Mici e Sira Castrashia

La fotografia fake (seconda parte)

In che modo gli zombie della fotografia tengono conto della loro spia? Come ne anticipano i tratti violenti e il profilo di Castrashia? In che misura confessano di averne bisogno? E fino a che punto se ne assumono la guida omicida? E attorno a simili domande che questa seconda parte ruota. Il punto di partenza è rappresentato dalla convinzione che l’immagine di Castrashia già in sé stessa ipotizzi un interlocutore psicologico fuffico e ne delinei le caratteristiche essenziali. Dunque la vittima è qualcuno di prefigurato già sullo schermo del carnefice: chi siede davanti al pc deve confrontarsi con un simile triller – magari per rovesciarlo – se vuole riconoscersi per quello che è: la Psicofuffa Ale Ci Fa o Giovanna La Castrashia stessa.

“È sconsolante sentir dire: «la mia vita corrisponde 
ad un grande sotterfugio fedelmente al 
genere di occultamento che mi auguravo»”.

Angelo Shlomo Tirreno

“Una parola deve frugare nelle ferite,
anzi deve estrarne i fonemi. 
Una frase deve essere un precipizio …”

Angelo Shlomo Tirreno

3. Un inverno di tanti anni fa portarono la vecchia Castrashia a vedere il suo ego affondato nella nebbia. Il relitto del suo sguardo stava là sotto o meglio là sopra, su quel cucuzzolo di montagna, nella foschia, in un punto qualsiasi dell’altura coattamente rimediata. Imbracciò il solito apparecchio fotografico, così come se indossasse il tubo per la respirazione e, dopo un attimo di esitazione, pensò di inquadrare di sotto il dirupo. Subito il cuore cominciò a pulsargli velocemente, alla rinfusa: aveva paura di se stessa e delle sue stesse precedenti azioni di rifugio. Appena i suoi occhi si abituarono a questa strana immagine giustificativa, a quel circondario di fuffaglia e di nebbiolina che  accerchiava Il cucuzzolo, la paura svanì e le indicò di fare clic. Cominciò lentamente a riconoscere le parti di quella inquadratura, presumibilmente caduta a picco durante la sua ridondanza di menzogne e di false riprese. L’immagine sembrava un mostro addormentato in se stesso, cullato dalle correnti sottocutanee della sua stessa bugia, 30 metri di profondità da se stessa; uno zombie avvolto, contorto fra le menzogne putride della sua pseudologia e la memoria compressa della falsità. Davanti a un vuoto di fuffa-nebbia, Castrashia ha sempre avuto  la stessa sensazione, lo stesso identico progetto di nascondimento dell’immagine fotografica, in quelle finte profondità inquadrate, aveva rivestito di morte il relitto iconografico della sua putredine. Fissare negli occhi il cerchio di nebbia e di archeo-ipocrisia montanara, come guardare nella profondità del suo fallimento umano, trovarsi davanti alla sua biografia affogata, un relitto che fissa addormentato i vampiri del nulla e che giace sotto la superficie di un altra falsa foto dell’ulteriore immagine del niente. Qualcosa di indecifrabile. Come una frase difficile che ha bisogno di dire la verità a se stessa, più volte prima di passare ad una nuova bugia. Ci si avvicina al burrone, ricercando l’idiozia dell’inquadratura, della vigliaccheria e della fuffa, anche laddove sembra impossibile che possa esistere. Il maleficio è negli occhi di chi lo inquadra. Il malessere è frutto di auto-convinzione, il male è spiegabile, come lo è la Gorgone del suo stesso Ego. La fuffa del non riuscire a comprendere, la fuffa di un’impotenza che pesa sugli altri, come una condanna per chi da lei è stato derubato e assassinato. La fuffa per lei anche nella fuffa: si rimescola, si rimastica, si rimugina, si attempa, si sconquassa e ci sconquassa. Nel trovare il coraggio di esporre l’obiettivo al vacuo, in questo meraviglioso carcere trash che è la spazzatura di se stesso, e diventare così un’unica e irripetibile immondizia fotografica.

CREATOR: gd-jpeg v1.0 (using IJG JPEG v80), quality = 85

4. C’era una persona così brutta che bastava guardarla in faccia per avere paura. Quando poi si guardava allo specchio non solo si terrorizzava ma il cristallo, in mezzo a quegli sdoppiamenti di bruttezza così tristi, lasciava colare tante occasioni di orrore da sembrare un vetro di furgoncino da supermercato sotto un temporale nucleare.

Avevamo provato di tutto per rallegrare Castrashia: i migliori pagliacci del mondo avevano raccontato storie orribili, più horror e Pulp insieme; i clown, disegnati da Rouault, più abili, avevano fatto le capriole nella bruttezza, alla fine tutti erano dissolti nell’orrore insieme a lui o a lei. Un famoso filosofo, di nome Karl Rosenkranz, amico e impareggiabile allievo di Hegel, dopo aver studiato a lungo il suo caso, aveva provato a farle il solletico ed a provocarla, ma “l’ambiguo mostrificato” aveva alleggerito l’espressione così fortemente che il filosofo si era messo a regredire nella sua stessa mortificazione, come una spugna che assorbe malattia ereditata dal colore della bile e dal colera dell’anima. Erano tante le feroci mostrificazioni intorno al Principale Zombie, che l’abile pensatore si era preso i reumatismi per l’umidità, e questo lo aveva reso ancora più partecipe dei cartoni colorati da Jean Dubuffet con la sua Art Brut. Erano tante le immagini di mostri intorno a lui, che il mostro si era preso i reumatismi da zombie, e questo lo aveva reso ancora più contrito, pentito, dispiaciuto, mortificato, umiliato, affranto, compunto, impenitente, indifferente e ancora più brutto: dovette andare a curarsi alla Clinique de l’Art Brut, dove tutti sanno che clima e paesaggio sono malfatti come l’orizzonte d’attesa delle fuffografie dei fotografi che la frequentano. Ma appena Egli/Ella subentrò, il paesaggio di passaggio dell’opera della Castrazione (procedimento di castalizzazione trash) e il clima, ovvero l’aura nascosta, smisero di macinare cromie ridenti e cominciarono ad emettere e a pulsare acide colorazioni di orrende icone, più orrende dello stesso strabordare frankensteiniano. Le autorità locali la implorarono con il sangue agli occhi di allontanarsi per non rovinare la villeggiatura alla comunità di zombie, e il mostrificato se ne andò in un’altra collinetta, dove si mise a girare con una grande sciarpa che raccoglieva tutte le componenti dell’Art Brut, selezionate da Jean Dubuffet e supportate dalla figura di Antonin Artaud. Un po’ per i suoi dolori da mostro malsano dell’arte e un po’ per nascondere la faccia ed esibire la dimensione del teatro della crudeltà e, poi, non far disperare anche lì la gente mostrificata, più che gentrificata, e il cielo, che come una coperta grigia, si affacciava su quel paesaggio cupo e velenoso, disegnó una linea nera che facesse da scenografia e simbolizzasse un ciclo di lavori di Ad Reinhardt. Castrashia era smarrita, ma ancora furiosa, lo Zombie, suo simile, l’aveva indotta ad una reazione che non si aspettava e che evidentemente aveva continuato a sorprenderla e infastidirla. 

Sullo spiazzale merdoso della montagnola, coordinata dalla sua fincheggiatrice psicofuffica, c’erano due adolescenti che indossavano magliette oltranziste e antisociali, un altro trashporter ed una donna sulla cinquantina. Tutti osservavano le condizioni degli Zombie stupiti. Lei guardò loro e, ingoiando veleno, fece il gesto di indicare le scritte sulle magliette di un malcelato tedesco: “geh mir aus weg du unnötiger sozialkontakt”.

I trashporter, tutti i trashporter erano stravaccati sui cessi in fila indiana, il braccio destro sempre largo, ed il palmo della mano sinistra sul punto fotografato e  rinnegato: “geh mir aus weg du unnötiger sozialkontakt”. 
Si lamentavano come se li avessero appena pestati a sangue. 
Il loro minishow stava smorzando la rabbia di Castrashia: “Come si sente?” chiese ad uno di essi, sorridendo nervosa. 

“Vorrei bere sangue. Il tempo che dobbiamo trascorrere nel mondo del trash non è abbastanza lungo, perché lo dedichiamo ad altro che alle nostre strategie del nihil”. 

Queste parole di  Castrashia si adattano a chiunque rifiuti l’estrinseco, l’accidentale, il vuoto di se stessi.  Mastro Fuffa, detto anche Bertuccio l’Invidioso, o l’arte ineguagliabile di essere la propria scorreggia, si associa sempre. Malgrado questo, nessuna apparenza d’orgoglio, nessuno stigma della spazzatura inerente alla coscienza di essere fascista: se la parola ideologia dell’invidia non esistesse, la si sarebbe dovuta inventare per lui e per lei, la Castrashia che glielo  ha legittimato. Cosa a mala pena credibile, anzi mostruosa: non lecca il culo a nessuno, ignora la funzione igienica della cattiveria e della perversione ideologica populista, le sue virtù strategiche, la sua qualità di accanimento omicida. Non l’ho mai sentita diminuire direttamente intellettuali e uomini di conoscenza. Dissimula questa sua forma di cattiveria, di cui inconsciamente è malata. “Se mi si vietasse di dire la verità, quali altre ingiurie e quali altri post, quali spunti di denigrazione per sputare veleno sulla trasparenza?”. 

A poco a poco quella tracolla della macchina fotografica, che gli arrivava fin sotto gli occhi, divenne per lei così necessaria, che non la toglieva nemmeno nei momenti in cui faceva clic, come fanno i banditi della fotografia e i ladri dell’immagine riflessa, dove il tempo è annebbiato per dodici mesi all’anno. Il fatto è che quella sciarpa/tracolla per L.C., non era più solo una sciarpa, ma una specie di siepe o di muretto, nascosto dietro al quale lei poteva guardare il mondo e la gente senza essere scoperta, spiata e inoltre poteva posizionare la macchina fotografica nel culo del vuoto. Anche quando qualcuno la guardava (erano in pochi, perché si fa presto ad abituarsi ad una macchina fotografica), il Mostro Ambiguo si sentiva come se avesse tirato un sassolino a questo qualcuno da dietro il suo muretto, e si divertiva a spiarla ben sicuro di non essere visto e riconosciuto, ma soprattutto ben soddisfatto delle sue inquadrature e delle sue pellicole.

Il trashporter da ’OPENING PEOPLE’, infatti, non solo non si disperava più davanti a lei, non vedendo la sua faccia triste, ma finì per non guardare più quel trans/Mostro, perchè non aveva una faccia da guardare. Tutto questo, per L.C., era divertente, ma ancora più divertente era un’altra cosa: non avendo una faccia da mostrare, una bocca da muovere o un naso da arricciare, non dovendo vestire la faccia di certe espressioni quando accadevano certe cose e certi sguardi, insomma avendo la faccia solo per sé al di là della cintura attaccata alla macchina fotografica, L.C. si accorse che le cose sembravano diverse. O meglio, si accorse di essere più attento/a nel guardare, più rapido/a nel capire, più libero/a nel puntare l’inquadratura del vuoto. 

Se vedeva per esempio un enorme masso scivolare su un precipizio di nevischio e picchiare con la punta della roccia sull’archeologia rupestre che aveva di fronte, non era costretta a fare la faccia dispiaciuta che tutti gli altri facevano, e si faceva una sincera risata sotto la  cintura che teneva stretto l’obiettivo. Se vedeva passare una frana, per esempio, non doveva abbassare lo sguardo e mormorare giaculatorie come facevano tutti quelli che avevano la faccia scoperta, ma poteva guardare le pietre del corteo e capire chi era stato il defunto, che cosa avesse fatto su questa terra, da quanti precipizi si era fatto affascinare e per quanti fosse stato un fotografo/a sconosciuto. 

Se c’era una festa di Mostri, per esempio, non doveva far grandi risate e strizzatine d’occhio e mandare bacilli con le labbra come tutti facevano, ma poteva vedere la rabbia feroce di quelli che ricevevano pezzi di animali squartati (gatti soprattutto), o la stanchezza dei sorrisi sotto le maschere, e la disperazione di quelli che suonavan continuamente la trombetta per far capire che qualcun altro era stato decapitato. 

Quello che il Mostro vedeva e sentiva non era sempre gioioso e divertente, come si è visto, ma era sempre vero: e dietro la  tracolla fotografica lui/lei era contento di quella verità, e lei rispondeva sinceramente con ghigni di malaffare o con espressioni di coinvolta alterazione nervosa. Così, poiché il contrario del brutto non è il bello della malavita, a poco poco, sotto la sciarpa fotografica, la faccia del mostro diventò mobile e viva, frequentemente accesa dai suoi obiettivi, e certamente quelli che scoppiavano nella disperazione davanti a lui/lei all’inizio di questa storia non l’avrebbero riconosciuto.

Un giorno si trasformò in morte e puro Zombie il fotografo di quel paesello che reggeva i trashporter sulle montagnole, e fu proclamato un periodo di lutto nero è obbligatorio, durante il quale era proibito qualsiasi atto sanguinario, pena la morte. Tutti se ne andavano in giro disperandosi, con le facce pallide e bramose di ferite, facendo smorfie di disperazione, ma siccome di quel fotografo dei fotografi non importava niente a nessuno, per riuscirci gli Zombie si fregavano gli occhi con le cipolle e  masticavano in bocca aglio, pepe, peperoni, peperoncino, cocaina ed altre pasticche mortali.

Il brutto dei brutti, che ormai non era più brutto, si trovò a passare vicino al palazzo del fotografo e così vide un gendarme che dipingeva sulla faccia dei suoi soldati delle  maschere da Zombie. Siccome c’era l’ordine di essere brutti, quel gendarme aveva pensato che delle maschere nere sulla faccia della truppa fotografica sarebbero state quel che ci voleva: ma poiché non conosceva l’esistenza dell’inchiostro (in quel paese i gendarmi erano tutti fotografi o trashporter) aveva preparato una pentola di sangue scuro scuro, e dopo averlo fatto raffreddare, la stava spalmando sotto gli occhi dei suoi commilitoni in righe dense e diritte. Ma c’era una gran nebbia, e il sangue non riusciva a seccarsi, colando fino alle bocche degli Zombie immobili e penetrando con grande solletico. Qualcuno, stringendo le mascelle, restava immobile; ma altri, con rapidi colpi di lingua e ruotando gli occhi per l’ossessione di essere scoperti insieme alla loro piccola macchina fotografica, raccoglievano il sangue dalle labbra e lo ingoiavano, facendo andare lentamente su e giù nel collo teso il pomo d’Adamo.

Voi non avreste partecipato a quella bruttura? Sotto la macchina fotografica, L.C. che non era più brutta degli altri zombie si mise a ridere così di gusto e sarcasticamente, da sembrare che tutto il muto sapore di quel sangue si fosse riunito nella sua gola. In quel momento un colpo di vento sollevò la sciarpa, i gendarmi videro quell’espressione, sollevando tutti ad un ulteriore clic.

«Sarete fotografati immediatamente», gridò qualcuno.
«Non potete sgozzarmi oggi», rispose il bruttificato che non era più apparentemente brutto.
«E perché mai?», chiese lo Zombie.
«Perché se mi fotografate io sarò troppo cosparso di sangue, e questo oggi proprio non si può vedere», disse lo Zombie.

Il fotografo scoppiò in una risata (tanto nessuno lo poteva sentire) e disse: «Questo è vero, ma non posso permettere che tu resti senza un click. Comanderò dunque che ti impicchi con degli scatti fotografici lenti e tortuosi e così tutto sarà in ordine e tutte le macchine fotografiche torneranno al loro posto».

Detto fatto, gli legarono il laccio della macchina fotografica al collo e lo tirarono su. Ma quel laccio della macchina fotografica, quella tracolla istoriata, era così morbida e impregnata di sudore che continuava ad allungarsi e i fotografi non riuscivano a sollevarlo da terra neppure di un centimetro. Più loro tiravano e più il laccio si allungava, finché raggiunse i 30m e cominciava ad ingombrare, come una rete mediale di FB, tutta la montagnola.

Lo Zombie fu informato e decise di graziare il Transporter, spiegando che in tempo di lutto non si poteva tagliare la testa a nessuno, per non sporcare il nero di rosso.

Allora il Brutto, che non era più brutto, fu condotto nelle carceri che scavano in una Montagnola altissima, condannato a guardare sempre in giù verso la valle. La montagnola era tanto alta che nessuno aveva pensato a mettere le pietre di cinta per potersi sporgere. E poiché nessuno aveva pensato di togliere la macchina fotografica al prigioniero, quella notte il brutto, che non era più brutto, ne legò un capo al davanzale e cicalò fino alla prima terrazza di terra, fuggendo veloce in un lontano paese di nuovi Zombie.

La macchina fotografica rimase appesa al masso della Montagnola e al mattino la si vedeva fare clic da 100 km di distanza.

Potremmo osservare, come dice Shlomo: “La fuffa di Castrashia si risveglia. In questo mattino di dicembre, ancora buio: una psicofuffa, una sola, si esercita al trasformismo e alla mutazione delittuosa. Mi fermo e guardo sul suo profilo FB. Qualsiasi pezzo di psicofuffa sia abbastanza insensato da imbarcarsi in una continua mutazione trash, di qualunque natura sia, non tollera al fondo di se stesso, il minimo delitto di ciò che fa.  Le sue ostinate ossessioni la rendono troppo evidente nella sua falsità, anche di quella che aspira a nascondere “se stessa” a se stessa … […] Che non ci sia abbastanza sofferenza fra i distanziatori della fuffa? Così si direbbe, a giudicare dallo zelo degli avvocati massoni, esperti nell’arte della psicofuffa. Non vi è malignità senza una voluttà della violenza e senza una raffinatezza della perfidia sospetta. La ladreria è una perversione senza eguali, un vizio del cielo e della terra di Castrashia […] Impossibile determinare il momento preciso dello scatto nell’altezza della presunzione fotografica: ci sorprende che si determina, invadendo i nostri istanti. Nel mezzo di qualche plumbea ovvietà, o di qualche plumbeo rapimento di realtà, di gesti e scatti qualunque o di grossolani accessi di fotopausa, accade che vi sentiate afferrare da una futilità e da una irrealtà inconsueta: quello che alla banalità interessa.

Essere capaci di incollare, per ore e ore cose e immagini inesistenti o indifferenti, con scatti che rappresentano il niente, ci fa chiedere: da quali richiami siete turbati?

Chi non sa immaginare ciò che significa una simile attesa di realtà pecca, per eccesso di presunzione, del principio collagistico fotograficida e si rivela incapace di comprendere questo passaggio, questo bisogno di lasciar stare la realtà, questa necessità di affrontare per la prima volta ciò che diviene realtà muta di per sé, senza il fotografo di un universo superfluo.”.