YES, BUT
Un edificio nel suo ultimo atto apre la strada ad un progetto che
restituisce voce ad architetture in transizione, trasformandole in luoghi
temporanei di ricerca artistica, creatività emergente e pratiche inattese. Ad
apertura del format YES, BUT, debutto alla Milano Art Week 2026, la prima
mostra collettiva negli spazi di SARCA183, nel distretto di Bicocca. Quattro artisti
internazionali: Morgane Tschiember, Florencia S.M. Brück, Aaron Nachtailer e
Rocco Plessi. sono chiamati a interpretare, attraverso linguaggi profondamente
diversi, le ultime testimonianze di un’architettura in attesa, dando voce a ciò che
lo spazio custodisce nel silenzio. Ad accompagnare il visitatore, la narrazione di
Stefano Pirovano.
Aaron Nachtailer, l’ideatore del Format, interviene con Listening Stone: un
parlamento circolare di figure in pietra antropomorfe che trasforma lo spazio in
luogo di incontro e presenza condivisa. L’opera non si offre come oggetto da
osservare, ma come condizione da abitare: le pietre, nella loro scala a misura
umana, agiscono come testimoni antichi, invitando i visitatori a entrare nel
cerchio, a diventare parte dell’assemblea. L’opera si attiva nel silenzio: ogni
presenza ne trasforma sottilmente il significato, rendendo l’ascolto stesso un atto
creativo. Un forum silente, contrappunto necessario alla velocità e alla
frammentazione del presente — dove il dialogo non comincia con le parole, ma
con l’atto di stare insieme, radicati nello stesso spazio.
Degli stessi spazi in evoluzione di SARCA 183, Morgane Tschiember preleva
direttamente la materia, trasformando i frammenti in testimoni del loro stesso
processo di trasformazione. Tschiember costruisce forme che stanno tra
l’oggetto e il processo, che non dichiarano ciò che erano state ma ciò che sta
accadendo loro — assorbendo e dialogando con le cicatrici dell’edificio, narrando
storie di una vita vissuta e di una non ancora successa. Un’opera sospesa nel
tempo.
Se Tschiember lavora sulla dimensione materica dell’edificio, Florencia S.M.
Brück ne raccoglie quella temporale. “Irreversibile nell’incertezza” abita la soglia
tra quiete e trasformazione: al centro della stanza, una tela piegata levita in
fragile sospensione, come momentaneamente sottratta alle leggi che governano
il mondo. In un angolo, una goccia continua a cadere, tracciando il tempo con un
ritmo che non può essere fermato. Ogni segno altera la superficie che accoglie il successivo, così che anche nella quiete l’opera non si ferma mai. Una
meditazione sul desiderio di arrestare il tempo mentre il mondo accelera — e
sulla quieta inevitabilità di forze che stanno già riscrivendo il presente.
Dove gli altri artisti scelgono la densità meditativa della materia, Rocco Plessi
convoca l’intelligenza artificiale. Pioniere della video art e fondatore di Plessi
Digital, Plessi rende visibili le tensioni strutturali che tengono in piedi il
fabbricato, inserendolo in uno spettro più ampio di cambiamento e di
evoluzione. “After Venice” porta dentro SARCA 183 una lezione profonda: che
architettura e arte sono paesaggi emotivi, e che la tecnologia — quando è
davvero al servizio della visione — non sostituisce l’immaginazione, ma la
amplifica. Un dialogo tra eredità culturale e sperimentazione digitale, in cui il
domani prende la forma di un nuovo rinascimento.
A fare da mappa della mostra, il testo critico di Stefano Pirovano — che nella
spontaneità e nel dialogo sincero tra gli artisti riconosce qualcosa di essenziale: e
che l’architettura di una mostra non deve reggersi su una definizione, a volte è
essa stessa la colonna portante del suo concetto. Ci propone un testo, il primo
capitolo di quello che sembra divenire un romanzo (con l’evoluzione del format).
Milano è una città in perenne evoluzione, che si contrae e si espande seguendo il
ritmo delle sue stagioni, ridisegnando senza sosta il profilo dei suoi edifici. Ma
cosa accade nel vuoto che separa una metamorfosi dall’altra? In quell’istante
sospeso tra la dismissione e la rinascita? Le architetture di passaggio — non più
funzionali, ma non ancora distrutte — non sono spazi neutri, ma custodiscono
l’energia latente di una struttura in mutazione. E l’arte è lo strumento perfetto
per catturarle ed amplificarle.
È qui che si inserisce YES, BUT, un format atipico ideato dallo studio dell’artista
argentino Aaron Nachtailer. Il titolo, nella simmetrica brevità dei suoi due
termini, riflette con esattezza la natura ambivalente del progetto: gli spazi
esistono e si accendono (YES), ma rimangono sospesi e precari (BUT), fatalmente
destinati a mutare o a scomparire. All’interno di una struttura che è insieme
sfondo e protagonista, il pubblico attraversa gli ambienti senza mai possederli,
muovendosi in una dimensione temporanea e assaporando l’intervallo perfetto
tra ciò che è ancora e ciò che non sarà più.
Né galleria né mostra convenzionale, YES, BUT agisce come atto di cattura di un
istante spesso ignorato. L’arte non occupa la struttura: la riaccende, la amplifica,
la fa parlare. Percorre i corridoi dismessi, si aggrappa alle pareti sverniciate,
risuona nelle stanze in attesa — sempre consapevole di doversi dileguare nel
momento in cui riprenderanno i lavori. Una “attivazione” che spinge chi la
attraversa a percepire la città non come un assemblaggio statico, ma come un
insieme di processi in continuo divenire.
Nonostante la sua natura effimera, YES, BUT adotta una visione persistente,
proponendosi di germogliare e diffondersi nel tempo, accogliendo energie
creative di diversa natura — dall’arte visiva al food, dal suono alle pratiche più
emergenti. Grazie alla sinergia con VivirDC e alla visione di Bruno Cerella e
Giancarlo Di Giuseppe, l’arte diventa il motore di pratiche inedite di
valorizzazione urbana. La scelta di SARCA183, nel distretto di Bicocca, dove la
memoria industriale converge nel futuro culturale, conferma la vocazione
rinnovatrice del format. In questa cornice, il pop-up del Gin dei Sospiri apre il
cantiere a un momento di ritrovo allegro e informale, restituendo vitalità
immediata agli ambienti e dimostrando come un edificio sospeso possa
riscoprirsi, già nel presente, come uno spazio pulsante di socialità.
