Key Minor
Immersive olfactory installation
2026
sculpture composed of a “micro constellation”
of mycelium spheres
3.6 m × 3.6 m × 4.23 m bay, Ø 1.4 m Who’s a good boy??
Kelterborn Collection, in collaborazione con IKT – International Associations of Curators of Contemporary Art – presenta Who’s a good boy?? una mostra collettiva che adotta il tema della 61.Biennale d’Arte di Venezia In Minor Keys non come metafora, ma come metodo. In musica, il minore non contraddice il maggiore: ne altera il registro emotivo, introducendo tensione, vulnerabilità e instabilità.
Allo stesso modo, il progetto espositivo, a cura di Anastasia Stravinsky e Mario von Kelterborn, affronta il tema del potere attraverso una modulazione e si sviluppa come una partitura in cui gesti di comando e controllo risuonano insieme a controcanti più sommessi. Come affermano i due curatori: “il ‘minore’ non è una riduzione, ma uno spazio operativo: un modo per spostare l’attenzione, per rendere visibili quelle dinamiche che normalmente restano sullo sfondo”.
Nel clima degli anni Venti del Duemila – segnato da guerre, militarizzazione, propaganda e infrastrutture invisibili di sorveglianza – le tonalità minori diventano strumenti essenziali, registri attenuati e spesso trascurati che tuttavia incidono profondamente sulla percezione. Il titolo della mostra, tratto dall’opera Who’s a good boy?? di Nora Turato, si apre come un comando netto, seducente e al tempo stesso destabilizzante. In esposizione i lavori di dodici artisti della Kelterborn Collection: Victor Alarcon, Swen Bernitz, Joseph Beuys, Teboho Edkins, Claire Fontaine, Gary Hill, Renzo Martens, Laure Prouvost, Anke Röhrscheid, Nora Turato, Sung Tieu, Ulay e Mariana Vassileva, le cui opere offrono una sintesi coerente delle linee concettuali della collezione orientata su artisti che trattano temi politicamente urgenti e filosoficamente complessi che coniugano la qualità estetica con la capacità di aprire nuovi orizzonti di senso.
All’interno degli spazi della Kelterborn Collection il percorso espositivo si articola in diversi registri, distinti ma interconnessi. Un primo nucleo di artisti indaga l’etica della resistenza e le condizioni percettive del potere. Claire Fontaine definisce un terreno filosofico in cui la nonviolenza si configura come postura attiva; Anke Röhrscheid esplora la soglia instabile tra astrazione e realtà, fragilità e minaccia; il lavoro di Ulay introduce una dimensione storica, mentre Swen Bernitz sposta l’attenzione sul controllo come pratica quotidiana, rivelando l’autorità come normalità amministrativa più che come evento. In questo contesto, l’opera di Joseph Beuys condensa il linguaggio in un’oscillazione ritmica tra affermazione e rifiuto: la sua opera, collocata quasi ai margini dello spazio espositivo, agisce in registro minore anche sul piano spaziale, trasformando la ripetizione in un dispositivo di sottile destabilizzazione dell’autorità.
Un secondo asse della mostra si concentra sul linguaggio e sulla trasmissione. Gary Hill mette in crisi la stabilità del significato, mentre Mariana Vassileva sospende la voce tra presenza e mutismo. Victor Alarcon lavora invece a livello atmosferico, componendo lo spazio come una partitura vivente in cui odore, respiro e movimento attivano una fragile ecologia condivisa.
Un ulteriore nucleo affronta le infrastrutture invisibili del controllo e la costruzione della percezione. Sung Tieu e Renzo Martens analizzano il ruolo della sorveglianza e delle economie dell’immagine, mentre Teboho Edkins ridefinisce l’ascolto come atto etico.
L’autorità emerge così non come spettacolo, ma come pratica sedimentata: appresa, ripetuta, normalizzata. La controparte più intima della mostra emerge in una piccola stanza buia con l’opera di Laure Prouvost. All’ultima Biennale ha fatto arrivare il suo progetto a Venezia su una barca, come un grande spettacolo davanti ai Giardini. Qui, invece, si presenta in modo diverso: più vicina, fragile, trasformando le lacrime in un linguaggio di fiducia.
Presentata a Venezia in occasione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte, Who’s a good boy?? non compete con lo spettacolo: lo ricalibra. Attraverso slittamenti tonali – dal comando all’esitazione, dalla dominanza alla risonanza – la mostra propone il “minore” non come debolezza, ma come strategia.
