Ulrich Egger | La solitudine dell’architettura
Il Ponte prosegue la stagione espositiva con una monografica dedicata a Ulrich Egger, del quale vengono presentate fotosculture dai primi anni Duemila ad oggi.
La mostra Ulrich Egger. La solitudine dell’architerttura si dipana nei due piani dello spazio attraverso una selezione di lavori di medie – grandi dimensioni in cui paesaggi industriali e urbani, costruzioni, interni e facciate in stato di abbandono sono i protagonisti soggetto del leitmotiv dell’interpretazione e della rappresentazione della caducità del mondo urbano. I suoi lavori sono un mash up di immagini e materiali industriali, avvalendosi tecnicamente dell’acciaio, del ferro, del legno, del vetro unitamente alla fotografia. La serie Impatto urbano (stampa fotografica su Dibond con cornice in alluminio, o ferro e legno), Belvedere (stampa fotografica su tela, nylon e ferro), Convivenza (su Dibond, carta da parati, neon e ferro), Die dritte Haut (su PVC, ferro e vernice a olio), Hotel Principe (su forex, intonaco e ferro), Sotterraneo (su MDF, grafite e ferro), sono scenari – per citarne alcuni – dei lavori presentati in mostra che coinvolgono lo spettatore alla presenza di queste tracce evidenti di edifici, di case piene di ricordi in essi rappresentati, a “rivivere” storie che nonostante tutto continuano a sopravvivere.
«Nelle opere di Egger le architetture, gli oggetti e i rari elementi naturali si trovano su uno stesso piano, e sono all’apparenza riconoscibili per chi guarda, ma niente è quello che sembra: l’osservatore deve decostruire e ricomporre le varie parti, tra immagine stampata e volumi tridimensionali, tra i diversi scenari, tra gli stati di consistenza materica dei materiali. In questo modo l’artista induce un turbamento nello spettatore (che è l’unica presenza corporea in un immaginario dove la figura umana è metodicamente ablata) e gli indica direzioni inaspettate, suggerisce un lavoro che va oltre la contemplazione… La ricerca di Ulrich Egger si dispiega secondo una sensibilità contemporanea che si rivolge a uno spettatore emancipato, non soggiogato dalla propaganda e non infantilizzato dall’intrattenimento o dalle lusinghe della partecipazione (come ci ricorda Jacques Rancière). I suoi lavori sono stratificati in innesti e sovrapposizioni che sperimentano i formati, i materiali e le possibilità dei medium, ma soprattutto mettono in discussione le narrazioni lineari. Al loro cospetto, noi spettatori siamo chiamati a elaborare strategie di lettura che sono trasversali alle tradizionali categorie dell’arte, e questo lavoro, questo esercizio coinvolge la condizione umana, implica il bisogno di volgerci al mondo e reinterpretarlo, di reagire alle narrazioni dominanti e di immaginare la possibilità di resistere». (Pietro Gaglianò, Rovine e resistenza, 2026)
