Stefano Faoro – Mondo congelato
Stefano Faoro (Belluno, 1984) appartiene ad una generazione di artisti che fonda il proprio lavoro su alcuni assunti che rivedono il nostro rapporto con gli oggetti e con le immagini, affrontando questioni ontologiche, non prive di aspetti esistenziali. Utilizzando materiali poveri e vecchi arredi realizza ambienti avvolgenti, come cuccette di treno o piccoli abitacoli di utilitarie, in cui immaginare vite sospese e specifiche. La pittura viene proposta al suo grado essenziale attraverso l’impiego di supporti di stoffa intelaiati, posti in orizzontale invece che in verticale, con l’effetto di elementi minimali in cui le categorie tradizionali di scultura e pittura diventano indistinguibili. La dimensione autoriale assume l’idea di assenteismo come processo creativo e identitario, ovvero la diminuzione della propria presenza diventa una qualità estremamente variabile all’interno della costruzione dell’opera d’arte.
Stefano Faoro inoltre ci induce all’indifferenza rispetto al problema della specificità del linguaggio che, grazie proprio al suo contributo, interseca vari elementi in un’ambiguità visiva che supera il problema riducendo l’ansia da prestazione. Gli oggetti creano veri e propri ambienti a scala ridotta, come modelli di architetture utopistiche di vago sapore modernista, e i poster o le immagini proiettate su altri oggetti – come emissioni luminose – sdrammatizzano la sacralità dell’opera d’arte.

