Maura Banfo | Fino a qui
Il titolo della mostra restituisce con immediatezza il carattere processuale della ricerca dell’artista: un movimento che rifiuta la forma definitiva e si misura invece con il tempo, il ritorno, la trasformazione. Fino a qui non indica una conclusione, ma una soglia temporanea, un punto di passaggio all’interno di un percorso che continua a ridefinirsi.
Maura Banfo raccoglie frammenti, piume, conchiglie, fiori, nidi e vecchie fotografie, elementi che vengono accolti nella sua ricerca e restituiti a una nuova possibilità di esistenza, all’interno di un processo continuo di rigenerazione che segue il ritmo naturale delle cose.
L’esposizione, un progetto pensato e ideato per Crumb Gallery, presenta lavori differenti – polaroid, fotografie, chine e una ceramica smaltata – che si dispongono nello spazio come racconti brevi, nuclei visivi autonomi capaci di evocare una presenza, un tempo, una traccia. Molte delle polaroid sono state realizzate durante il periodo del Covid: immagini intime, sospese, in cui l’essenza dell’artista emerge in modo sottile ma costante, come misura silenziosa dell’esperienza e del tempo trascorso. Il suo corpo fisico compare, invece, in alcuni dettagli, elementi minimi, come nella fotografia dei suoi piedi che indossano scarpette dorate, che segna idealmente l’inizio della mostra, come per dire, appunto: Fino a qui, ci sono.
Le chine introducono invece una dimensione più essenziale e meditativa. Segni, vuoti e stratificazioni leggere costruiscono immagini che sembrano affiorare lentamente, custodendo qualcosa di fragile e incompiuto. Anche qui il lavoro non cerca una forma definitiva, ma rimane aperto, sospeso nella possibilità del ritorno e del mutamento.
Completa il percorso una ceramica smaltata, presenza materica che condensa la stessa tensione tra permanenza e precarietà che ritorna costantemente nel lavoro dell’artista.
«Non mi interessa chiudere il lavoro. Non mi interessa arrivare a una forma definitiva. Mi interessa restare dentro il processo», racconta Banfo nell’intervista con Rory Cappelli nel catalogo realizzato per l’occasione (Collana Nolines, Edizioni Crumb Gallery). Una dichiarazione che attraversa l’intera mostra e ne definisce il ritmo. Fino a qui diventa così la narrazione di una consapevolezza: ogni approdo è provvisorio, ogni immagine è un passaggio, ogni ritorno contiene già una trasformazione. Non una fine, ma un nuovo inizio possibile che si apre a nuove visioni.
