Sabe
Marco petean, Dialoghi sulla linea dell'orizzonte. A mio padre, alla mia terraMarco Petean, Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra

Luogo

Biblioteca Civica Giuseppe Zigaina
Via Trieste 33, Cervignano del Friuli UD
Orario di apertura
9:00 - 12:00 e 15:30 - 19:00
Sito web
http://www.cervignanodelfriuli.net/vivere_la_citta/biblioteca/informazioni_generali.html

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Data

Mar 14 2026 - Mag 16 2026
In corso...

Ora

11:00

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Mostra

Marco Petean | Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra

Sabato 14 marzo 2026 alle ore 11:00, presso lo spazio espositivo della Biblioteca civica Giuseppe Zigaina di Cervignano del Friuli (Udine) verrà inaugurata la mostra Dialoghi sulla linea dell’orizzonte. A mio padre, alla mia terra, dello scultore Marco Petean, curata da Diana Cerne e presentata da Francesca Agostinelli.
La mostra è promossa dal Comune di Cervignano del Friuli (Udine) con il patrocinio del Museo Galleria Premio Suzzara, del Comune di Suzzara (Mantova), del Comune di Aquileia e della Fondazione Società per la conservazione della Basilica di Aquileia.
Per la prima volta nella sua città, Petean espone le sue sculture in terracotta policroma, opere che lo accompagnano in un viaggio attraverso la memoria personale e quella del suo territorio, dove l’arte si fa linguaggio capace di instaurare e ricucire legami, rivelando storie e vissuti.
Idealmente l’artista colloca il proprio racconto ponendosi in riflessione di fronte alla linea dell’orizzonte che attraversa la Bassa Friulana come una promessa silenziosa: un confine visivo che al tempo stesso separa e unisce, custodendo memorie e svelando identità. È lungo questa linea — non soltanto paesaggio ma anche linea mentale, spazio sospeso e soglia simbolica — che prendono forma i “dialoghi” evocati dal titolo della mostra: dialoghi tra interiorità e vita, tra epoche, persone, luoghi e linguaggi artistici.
Quell’orizzonte raggiunge per l’artista la sua massima intensità poetica proprio alle spalle della casa della vecchia stazione di Belvedere di Aquileia, dove è nato suo padre: un punto in cui mare, colline, montagne e il cielo della regione sembrano congiungersi in un unico respiro visivo e simbolico.
Proprio lì per l’artista l’orizzonte diventa campo di tensione esistenziale dove l’uomo contempla, interroga, dialoga con l’infinito e scopre la propria finitezza.
Petean rappresenta i luoghi della sua infanzia come luoghi interiori prima che reali, paesaggi dell’anima in cui la memoria familiare, la trasformazione ambientale e la stratificazione storica si fondono in una narrazione carica di malinconia, nostalgia, mistero e bellezza.
La valle di pesca di Belvedere, la collina su cui si erge la chiesa di San Marco, la spiaggia di Belvedere, la vecchia stazione — compongono una geografia intima e quasi metafisica.
Luoghi un tempo popolati, rumorosi, immersi in una vegetazione vitale, oggi appaiono progressivamente spopolati, immobili e silenziosi, mentre la natura, lentamente, si riappropria del proprio spazio, fagocitando la testimonianza della presenza umana. I rumori si rarefanno lasciando il posto al silenzio, ai versi degli animali e ai rumori della natura, creando quasi un palcoscenico teatrale che sembra sospeso in un tempo bloccato, in attesa.
Il paesaggio diviene metafora dell’esistenza, di ciò che appare immobile ma custodisce in realtà una lenta trasformazione, una vita sotterranea che induce a riflettere sul senso della memoria e della permanenza.
I Teatrini in terracotta, per i quali l’artista è conosciuto, in questa esposizione, divengono quindi il medium privilegiato per dare forma ad un atto d’amore, di restituzione e riparazione nei confronti del proprio territorio e della figura paterna, cardine della memoria e della costruzione identitaria. Essi custodiscono i frammenti di vita e racconti lontani, restituendo colore ad immagini sbiadite e nuova presenza a luoghi e persone care. Il suo è un atto di preservazione della memoria degli individui comuni, quelli che la storia tende a dimenticare.
L’artista tramite le fotografie e i racconti del padre ottantenne, crea un nuovo legame, ancora più profondo, ricostruendo la sua esperienza di bambino che nella metà degli anni cinquanta, lascia il suo paese nativo e la sua famiglia per intraprendere la strada del seminario.
Una “piccola memoria” scolpita nell’argilla si fa universale, diventa archivio dell’anima e reliquia, un punto di contatto eterno tra padre e figlio.

Accanto ai Teatrini, Petean presenterà diverse sculture dedicate ai luoghi in cui la sua famiglia ha vissuto, accedendo ai ricordi d’infanzia e instaurando un dialogo ideale con altri artisti del territorio, come Giuseppe Zigaina, che nelle sue opere indaga la laguna, il fiume, il mondo rurale, la figura del padre, le lotte sociali, il silenzio delle campagne e le istanze delle persone dimenticate.
Rappresentazioni che non vogliono essere solo descrizioni ma metafisiche di luoghi e persone che non ci sono più.
Piazze metafisiche : deserte sospese in un tempo bloccato e caraterizzate da archittetture fatiscenti. Il loro significato profondo risiede nella volontà di indagare l’oltre del reale, creando un sesno di spaesamento, malicnonia ed enigma. Trasformando le città in scenari teatrali silenziosi e carichi di un misterioso significato esistenziale. Dove la natura ha cancellato l’eistenza vsiva degli edifici irprendendosi il suo spazio fagocitanto la memoria. Silenzio
Luoghi quasi privi di di vita umana Palcosenici in attesa di un evento che non accade mai
Luoghi periferia che si spopolano e spariscono
Cività rurali di una volta l’importanza della religione, elementi della sacralità
Petean ha progressivamente interiorizzato tali tematiche, radicandole nella propria dimensione esistenziale e nella sua sensibilità culturale, fino a farne il nucleo generativo della propria ricerca artistica. In questa prospettiva, ogni elemento concorre a delineare una narrazione insieme privata e corale, intima e collettiva, dove la memoria individuale si intreccia con la storia sociale e culturale del territorio.
Da questa consapevolezza nasce la partecipazione con l’opera Siamo noi in fuga allo storico Premio Suzzara, contesto che, fin dalle sue origini, ha rappresentato un luogo privilegiato di confronto per artisti capaci di interrogare criticamente le trasformazioni sociali e politiche del proprio tempo.
In continuità con tale tradizione, l’opera si configura come un dispositivo insieme poetico e civile: una riflessione sulla condizione contemporanea, nella quale emerge con forza l’urgenza di non smarrire il senso di umanità e la responsabilità collettiva. La sua acquisizione e l’ingresso nel Catalogo del Museo del Premio Suzzara sanciscono non solo il valore formale del lavoro, ma anche la sua rilevanza nel dibattito culturale e la piena consapevolezza del ruolo pubblico dell’arte.
Il dialogo costituisce da sempre il motore creativo di Petean. I Teatrini in terracotta custodiscono infatti la memoria di incontri e conversazioni, spesso intimi, che si svolgono in uno dei luoghi più misteriosi e carichi di incanto: lo studio dell’artista. Qui prende forma uno stato di sospensione tra ciò che ancora non è e ciò che sarà, uno spazio in cui è possibile vivere il momento in cui avviene la più misteriosa esplosione dell’interiorità di un essere umano: la creazione.
È proprio in questo ambiente che Petean è rimasto affascinato dai racconti e dalla passione con cui alcuni dei più significativi artisti friulani hanno partecipato alla vita artistica, culturale e sociale regionale e nazionale, riconoscendo nel dialogo e nella condivisione esperienziale una matrice fondativa del proprio percorso creativo.

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