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Luogo

GAS - Galleria Andrea Sansovino
Monte San Savino, Corso Sangallo, (AR)

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Data

Mar 08 2026
Evento passato

Ora

18:00

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Mostra

Art Gender Gap

Art Gender Gap nasce come gesto pubblico e necessario: una mostra che presenta 51 opere di 40 artiste donne che, in epoche e linguaggi diversi, hanno attraversato e superato quel sistema di disuguaglianze – sociali, culturali, istituzionali – che per secoli ha reso l’arte un orizzonte pressochè esclusivamente maschile.

Il gender gap non è stato soltanto un ritardo o mancanza di riconoscimento: è stato una struttura di esclusione. Esso ha limitato la possibilità stessa, per le donne, di formarsi, produrre, circolare, essere riconosciute. Il talento non è mai mancato: sono mancate le condizioni.

Per lungo tempo alle donne è stato impedito non solo di emergere ma persino di accedere agli strumenti della legittimazione artistica: botteghe, accademie, studio del nudo, committenze, viaggi, reti culturali e protezioni sociali. La soggezione femminile non era un fatto privato: era un ordine condiviso. Rosa Bonheur, grande artista francese, per arrivare alla fama meritata, ritenne opportuno vestire abiti maschili a significare come l’artista fosse percepito soltanto in forma virile e laddove, accidentalmente, non fosse stato uomo, almeno così sarebbe dovuto apparire.

A quanto sopra si aggiunge una ragione decisiva: l’arte è stata storicamente connessa al potere. Politica, armi e chiesa hanno guidato committenze e immaginari, trasformando l’arte in un linguaggio di rappresentazione e conferma dell’autorità. In una società patriarcale, il potere è stato maschile e, di conseguenza, anche i canoni estetici e le gerarchie culturali si sono a quello conformati.

Per secoli, quindi, “femminile” nell’arte come nella vita, è divenuto sinonimo di debole, leggiadro, gentile: un’etichetta che confinava le donne alla decorazione, nell’armonia obbligata, nel privato, nella maternità come destino e non come scelta. Anche quando un’opera riusciva ad affermarsi, veniva spesso letta come eccezione o grazia, non come reale momento creativo.

L’Arte Contemporanea ha reso evidente ciò che oggi dovrebbe essere incontrovertibile: l’arte non può avere canoni sessualmente distinti e discriminatori. Non perché le differenze e l’identità non abbiano un proprio valore ma perché a nessuna forma di espressione e a nessun linguaggio può essere precluso di accedere alla sfera dell’arte. La contemporaneità ci ha insegnato come l’arte incida concretamente sulla storia, sul potere, sulle dimensioni soggettive e collettive e come essa, con il potere delle immagini e delle correlate emozioni, si faccia corpo prima nell’artista e, quindi, nel fruitore.

Questa mostra esprime il superamento di ogni distinzione basata sul sesso e sul genere. Non vi è più nessuno oggi che possa definire un’opera pittorica o comunque un’opera d’arte in relazione al genere di chi l’ha creata. Oggi gli artisti, maschi o femmine, esprimono emozioni, disagio esistenziale, speranza, decadenza, progettualità, ferite, timori o espansione sentimentale in innumerevoli modi e con non definite modalità esecutive. L’arte di oggi non è influenzata dagli ormoni essendo essa precipuamente correlata all’elaborazione intellettuale e concettuale e, come tutti sappiamo o dovremmo sapere, i concetti non hanno sesso.

Del tutto recentemente le artiste hanno anche superato un altro gender gap: quello economico. Fino a pochi, pochi anni fa, le artiste raggiungevano quotazioni apprezzabilmente inferiori agli artisti uomini parimenti apprezzati e con analoghi livelli di carriera. Oggi anche questo tipo di gender gap risulta, salvo deprecabili eccezioni, superato. Le artiste in mostra, ognuna nei propri ambiti, hanno innovato e costruito le basi per il superamento del gap.

Il percorso della mostra rende visibile questo passaggio attraverso opere che hanno segnato fratture e nuove aperture.

Con Carla Accardi, ad esempio, l’arte smette di essere solo superficie e diventa esperienza dello spazio: opere come la Triplice tenda trasformano l’opera in ambiente, in attraversamento, in presenza. È un gesto di autonomia: uscire dalla cornice significa anche sottrarsi a un canone che per secoli ha stabilito chi poteva parlare e come.

Sonia Delaunay con opere come Prismes électriques porta energia urbana e ritmo nel cuore dell’avanguardia, dimostrando che l’innovazione non è territorio “maschile” ma linguaggio universale che conquista ed affascina.

Con Meret Oppenheim, il quotidiano domestico – storicamente associato al ruolo femminile – viene ribaltato e reso perturbante: Object (Le Déjeuner en fourrure) spezza la passività del “femminile” e la trasforma in cortocircuito tra desiderio, stereotipo e potere simbolico.

Le opere di Mona Hatoum trasformano l’intimità in azione politica. In Measures of Distance si intrecciano corpo, lingua, memoria e geografia, dimostrando che ciò che per secoli è stato relegato al privato può diventare un dispositivo critico di portata universale.

Tracey Emin allunga il passo, supera il confine della grazia e della leggiadria per aprire l’opera dell’artista alla vulnerabilità. My Bed porta in museo la fragilità, la depressione, l’eccesso di realtà. È una risposta netta a un’idea storica che voleva le donne “composte” e l’arte “pulita”. Il dolore, il sesso diventano linguaggio, narrazione, materia estetica ma mai vergogna.

Con Pipilotti Rist, il gesto si fa liberatorio e spiazzante: in lavori come Ever Is Over All la femminilità non coincide con docilità; convive con energia, rottura, gioco, potenza. L’armonia non è più obbligo.

Sophie Calle trasforma l’esperienza personale in esperienza collettiva. In Take Care of Yourself una ferita privata diviene opera corale e pubblica. È un passaggio chiave: la storia emotiva, spesso sminuita come “faccenda femminile”, diventa metodo critico e dispositivo culturale.

ORLAN trasforma il corpo in un campo di battaglia teorico. I progetti legati a The Reincarnation of Saint ORLAN attaccano frontalmente i canoni estetici come strumenti di controllo. Qui il gender gap si mostra come costruzione culturale, non come natura.

Con Kiki Smith, figure e miti vengono ribaltati: in Lilith la donna non è musa né vittima ma presenza ambigua e forte, capace di restituire la paura storica del femminile autonomo e di rovesciarla in immagine.

Maria Lai intende l’arte come momento di coesione della comunità. Legarsi alla montagna afferma un’idea alternativa di potere culturale, non più fondato sulla sola committenza e sull’autorità ma sulla relazione e sulla costruzione condivisa di senso.

Con Gina Pane, infine, il corpo diventa lingua pubblica: in opere come Azione sentimentale non c’è “grazia” né decorazione ma una radicalità pari a qualunque avanguardia maschile. Il dolore non è rappresentato: è interrogato come fatto sociale, come ferita culturale.

E quando Candida Höfer fotografa biblioteche e istituzioni – come in Trinity College Library I – la bellezza dell’immagine contiene una domanda politica: chi ha avuto accesso a questi luoghi di sapere? Chi è stato escluso? Quali corpi sono stati autorizzati a stare dentro la storia?

Art Gender Gap è dunque anche una restituzione: rendere omaggio a chi ha saputo contrastare l’oscurantismo e i limiti della cultura patriarcale dimostrando che l’arte, lungi dal coincidere con un genere, si sostanzia nella più performante possibilità di espansione dell’essere umano. Le opere in mostra – dalle artiste internazionali come Schapiro, Shiota, Bourgeois, Accardi, Beecroft, Brown, Calle, Darboven, Delaunay, Dumas, Emin, Fini, Fleury, Grosse, Hatoum, Höfer, Jungwirth, Ko, Kwade, Lai, Messager, Oppenheim, ORLAN, Pane, Pepper, Rama, Rist, Kiki Smith, Iv Toshain, fino alle artiste contemporanee italiane Luisa Elia, Luisa Rabbia, Valentina Dè Mathà (italo-svizzera), Paola Pezzi, Laura Fiume, Lidia Bachis, Sonia Costantini, Luisa Lanarca, Letizia Battaglia, Veronica Montanino, Monica Mazzone – compongono un percorso che intreccia generazioni e poetiche, conseguendo il lusinghiero risultato di aver trasformato un ostacolo storico e millenario, in forza espressiva attuale e creativa.

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