Ci sono luoghi che continuiamo ad abitare anche quando li abbiamo lasciati. Restano nei gesti, negli oggetti, nelle immagini che riaffiorano senza preavviso.
Come scriveva Cesare Pavese, «non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi».
Le dita degli scrigni, mostra bipersonale delle artiste gemelle Alicya e Maria Elena Ricciuto (Isernia, 1997), a cura e con testo critico di Laura Catini, nasce da questa persistenza della memoria e dalla capacità dei luoghi di continuare a plasmare il nostro sguardo.


Negli spazi del MA 間 Project a Perugia, la mostra si sviluppa come un percorso tra tracce e ritorni. La casa, il paesaggio, gli affetti e le abitudini quotidiane diventano elementi di una ricerca che guarda all’origine come a una presenza ancora attiva nel presente.
I lavori delle due artiste si muovono, infatti, lungo il confine sottile tra esperienza individuale e memoria condivisa, restituendo una riflessione sull’abitare inteso come relazione continua con ciò che ci ha formati.
Il punto di partenza è il concetto di radice, intesa come presenza viva. È l’abitare teorizzato da Martin Heidegger: una condizione dell’essere nel mondo, un atto di cura e di costruzione costante. In questo senso, la casa diventa, per citare Gaston Bachelard, il «nido» della psiche, lo spazio dove si depositano i sogni e si struttura l’identità. Anche quando si intraprende un percorso di allontanamento, il legame con l’origine continua a esercitare la propria influenza. Hermann Hesse chiarisce come il viaggio che compiamo non sia mai completo se non si è in grado di apprezzare e decodificare il proprio luogo di origine, un luogo pregno di sensi fondamentali per la coscienza umana e per la costruzione di una salda identità. È, di fatto, la memoria collettiva di Maurice Halbwachs che riaffiora, ricordandoci che ogni ricordo individuale resta ancorato a uno spazio condiviso.
Le sorelle Ricciuto, infatti, pur partendo da una matrice comune, sviluppano percorsi autonomi che mantengono un dialogo costante, dove la visione della fanciullezza assume i toni della concretezza del tempo presente.
Maria Elena lavora sulla casa come spazio mentale. Il luogo fisico sfuma gradualmente, lasciando emergere la percezione e la relazione. L’osservatore potrà muoversi nello spazio, in cui la luce filtra dalle tapparelle, incastrandosi nella riflessione dei diversi tempi, e attraversa le maglie delle coperte e delle tende di Alicya, ove si manifesta la relazione con la figura materna, simbolo di protezione e cura, come avviene nell’opera Vola la rondine, all’ombra riposa: luce curata di un lento pensiero. Nei lavori di Elena, i segni dell’abitare e i gesti quotidiani diventano tracce di una micro-sociologia dell’esistere. Abitare, qui, significa osservare come ci muoviamo nei contesti, tra consapevolezza e sensazione, in una continua costruzione del proprio cosmo personale.



Alicya, invece, sceglie il dialogo con la natura e il viaggio. Il paesaggio diventa un elemento identitario. «Queste piante non restano semplici vegetali, ma diventano parte di una storia», scrive. Il rapporto con la natura conduce a gesti e azioni abitudinarie, come la raccolta delle more, che mirano sensibilmente alla ricostruzione malinconica e onirica del trascorso. È il concetto di paesaggio culturale: la natura intrisa di significati storici e umani. E l’artista si fa interprete di una relazione profonda con l’ambiente, dove l’elemento naturale entra pienamente nella narrazione di sé.
Il titolo, Le dita degli scrigni, richiama simultaneamente la conservazione e l’esplorazione.
Lo scrigno trattiene, le dita riattivano. Si apre così una riflessione sulla permanenza e sul mutamento. Le opere si pongono come contenitori di immagini-ricordi, evocanti sensazioni tattilmente percepibili che varcano il tempo del vissuto ed entrano in contatto con i nostri giorni. Questo tempo stratificato richiama la durata di Henri Bergson: un fluire soggettivo dove passato e presente coesistono. Gli scrigni, con i loro prolungamenti, sono in grado di rispondere agli interrogativi esistenziali, trasformandoli liricamente in un luogo visibile e attraversabile.



In questo intreccio, la natura assume il ruolo di archivio vivente, memoria concreta legata al territorio e all’infanzia. I cicli delle stagioni e i gesti del raccolto rimandano a una sociologia rurale che è fondamento dell’identità. L’arte diventa così uno strumento per recuperare una coscienza ecologica e comunitaria, attraverso l’assimilazione del dono come segno di affezione e riconoscimento dell’“io”, nel reciproco scambio con l’“altro”. I doni disegnati e poi disposti nella stanza, con tutto il loro peso specifico e la loro tridimensionalità, divengono parte di un insieme teso a stringere l’intero arco temporale, consolidato tra le arterie pulsanti del corpo e il calore del pensiero libero.
L’intera mostra si muove tra nomadismo e stanzialità. «Partire e tornare fanno parte della stessa medaglia», si legge negli appunti di mostra. È il superamento dei “non-luoghi” di Marc Augé: contro l’anonimato degli spazi di transito della surmodernità, le Ricciuto riaffermano il valore del “luogo antropologico”, dove l’identità si costruisce nel continuo movimento tra ciò che ci è familiare e ciò che resta da esplorare. Del resto, è da qui che sorge la possibilità creativa del fare artistico e dell’osservazione sensibile delle minuzie, indispensabili per maturare nell’agire stesso dell’arte.
Emerge, infine, una riflessione sulla bellezza come peso e responsabilità. «La bellezza è cura e medicina e, al tempo stesso, maledizione e condanna», scrive Elena. È un’ambivalenza che attraversa la filosofia estetica: la bellezza interroga la fragilità e la caducità della condizione umana, sospendendo la percezione sensoriale tra la malinconia e il familiare-domestico.
Le dita degli scrigni non offre un racconto lineare, ma procede per frammenti che entrano progressivamente in relazione tra loro. È un processo di ricezione estetica dove il significato si completa nello sguardo di chi osserva. Alla fine, resta la sensazione che il passato non smetta mai di tornare, come memoria involontaria proustiana capace di farsi presente e di ridefinire, ancora una volta, chi siamo.
Alicya e Elena Ricciuto
Le dita degli scrigni
A cura e con testo critico di Laura Catini
MA 間 Project, Via Fratelli Pellas 37, Perugia
17-31 maggio 2026
Visitabile sabato e domenica, ore 18.00-20.00, o dal lunedì al venerdì su appuntamento
Mail: maproject.visual@gmail.com

